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mercoledì 8 luglio 2009

L'AMICO DEGLI AQUILONI

Si chiamava Tone, malato di "polvere" e con tanto tempo a disposizione.


Stava ore a guardarci giocare, magro e stanco, sempre con un fazzoletto  in una mano che  poi si portava alla bocca quando la tosse lo assaliva.


Una tosse brutta e cattiva che lo lasciava senza forze e con striature rosse sul suo candido telo.


Ma per noi Tone era un mago, con quelle sue mani scheletriche riusciva a costruire gli aquiloni più belli del mondo!


Noi lo adoravamo, non c'era giorno che non si andasse da lui per pregarlo di costruire il drago più brutto dell'universo.




Sempre sorridente ci insegnava la sua arte, bastoncini ricavati da rami e ora così sottili e leggeri da sembrare invisibili, carta crespa di tanti colori diversi, colla refe e ancora altra carta.


Aquiloni, Cervia Pictures, Images and Photos

Sotto le sue mani prendevano forma i sogni, uccelli dai colori meravigliosi, anche le cornacchie diventavano regine coloratissime!


Ad ogni aquilone che nasceva era legata una storia.


Tone ci raccontava dell'aquila che non sapeva più volare, e intanto dalle sue mani usciva un'aquila con un'ala più corta, noi delusi pensavamo che non avrebbe mai volato, ma fiduciosi ascoltavamo il finale della storia guardando verso le cime quasi a cercare con gli occhi una vera aquila.


Ma naturalmente l'aquila volava, si andava tutti dietro la chiesa, la c'era sempre vento, ognuno con il proprio aquilone e legati a quei fili c'era anche il nostro cuore.


Un balletto fatto di grida e fischi, corse sfrenate  e risate pazze nascoste dall'erba, e lui, Tone, seduto su un sasso a darci consigli.


Poi solo il silenzio, quando tutti gli aquiloni erano su in alto, si sentiva solo il vento, anche i respiri erano trattenuti, ci si spostava piano, attenti a non ingarbugliarci con i fili, e era semplicemente magia!


Magia nel vedere un mondo sognato e incantato diventare una realtà.


Normalmente era la discesa che spezzava il sogno, l'atterraggio era sempre difficile e il più delle volte gli aquiloni si danneggiavano, ma Tone sorrideva, ci avrebbe pensato lui.


Ma una bellissima mattina d'inverno, un aquilone speciale si alzò in volo, volò così in alto che non tornò più, Tone, il "nostro" Tone se ne era  andato.


Ricordo che al suo funerale stringevo un aquilone rotto, volevo chiedergli di restare, avevamo ancora bisogno di lui, volevamo ancora sognare e volare.


Sempre quando vedo aquiloni penso a Tone, e dentro di me gli dico grazie.


Grazie per tutti i sogni che ho fatto volando su quelle ali di carta, grazie perchè mi ha insegnato che anche un'aquila con un'ala più corta può volare, grazie per quell'infanzia che ho dentro chiusa in me.

martedì 17 marzo 2009

PRIMAVERA


Finalmente sembra che questo lungo inverno se ne stia andando!


Piovoso fino alla nausea, e freddo, non ne potevo più di vedere tutta quell'acqua sgocciolare lungo le ore del giorno!


Stamattina al parco guardavo le pratoline che facevano timidamente capolino tra le foglie ormai marce, e i merli volavano portando già nel becco materiale per la loro casina.


Ho ripensato a me bambina, rivisto con la mente la primavera di allora.


Una primavera tardiva a Saviore, sempre, fino ad Aprile c'era la neve e i lavori per la campagna iniziavano con il disgelo.


Compito di noi bimbi era quello di aiutare a raccogliere le pietre che finivano nei prati, con rastrelli di legno li raggruppavamo in mucchi, poi con le gerle si portavano sui "confini" e qui si alzavano dei muri a secco.


Finita questa occupazione veniva la cosa che più ci piaceva, o se vogliamo la ricompensa per il lavoro fatto.


Armati di fiammiferi andavamo lungo i muri ad incendiare "l'isiga"!


Tutti i muri venivano bruciati dalle loro sterpaglie, il fuoco puliva e la cenere faceva da concime, la cosa non era pericolosa perchè i prati erano ancora zuppi d'acqua, solo a volte ci scappava una bruciatura da portare come un trofeo tra noi bimbi.



Poi veniva il tempo di giocare a Lippa, o come si diceva da noi a "ciangol".


Nei prati aperti dove ci si poteva inventare qualsiasi gioco, quante battaglie abbiamo fatto, ne ho anche una cicatrice sul labbro superiore.


Già, si giocava tutti assieme, maschi e femmine, crescevamo tutti assieme  amici per la vita, e quante litigate si facevano, ma duravano lo spazio di un'ora poi l'inventarsi una nuova avventura ci portava a dimenticare tutto.


Quante birbonerie abbiamo fatto, eravamo dei camosci liberi, non c'era caverna a noi sconosciuta, certi "segreti" si passavano da ragazzi a bambini e ognuno di noi portava di suo.



La sera andare per siepi a imprigionare le lucciole, oppure annegare le casine dei grilli per poterli catturare, poi lasciarli liberi nel pollaio per ridere come matti a vedere galline e galli saltare come canguri per rincorrerli!


Sere che non finivano mai, giocare a nascondino, a rialzo. a tocca ferro, a palla prigioniera,  giochi che ormai sono spariti e che nessuno più ricorda.


Ma sono tutti giochi che i nostri figli hanno perso, sempre più soli e attaccati al computer, soli con le nostre paure e le nostre incertezze!


venerdì 30 gennaio 2009

GENNAIO

solitudine Pictures, Images and Photos

Quante usanze vanno perdute, quanti detti popolari svaniscono nel marasma del nulla.


Oggi è un giorno detto "della merla", i giorni più freddi dell'anno,  ricordo che da bimba erano giorni aspettati con ansia.


Gennaio, mese lungo e poco amato.


Januarius, il dio bifronte, messo a guardia dell'anno che muore da una parte, e dall'altro la gioia per l'arrivo di quello nuovo!


Tante speranze strette in un pugno di giorni, ma è alla sua fine che si coglieva i primi segni di un precoce risveglio.


All'ultimo suo giorno a Saviore c'era una tradizione, si staccavano dai camini le catene, si legavano e poi si trascinavano per tutte le vie del paese facendo un baccano infernale, il tutto accompagnato dal suono dei campanacci presi in prestito dai contadini.


GRAZIE HENGEL Pictures, Images and Photos

Il significato era quello di fare scappare l'inverno, il "pulire" sui sassi le catene era a dire che tutto era pronto per ricominciare il nuovo ciclo della terra.


Ma appena scendeva la sera, riconsegnate le catene ormai pulite e ridati i campanacci ai proprietari, un'altra usanza iniziava.


Si andava casa per casa e si cercava di fare uscire con l'inganno chi ci abitava, veramente pochi ci cascavano, ma quando si raggiungeva lo scopo si doveva dire una frase.


Quando il proprietario usciva sull'uscio si doveva prenderlo per le braccia e trascinarlo in parte per far modo a noi di entrare in casa sua esclamando " fò  sìner   tor  fabrer"!


Ovvero, "fuori gennaio, dentro febbraio"!


Un significato chiaramente esplicito all'inverno di andarsene al più presto.


Ho un ricordo bellissimo su mia zia Ghita, tutti gli anni cercavo di farla uscire, ma lei non ci  cascava mai,  pensa e ripensa non trovai che un modo .....


65 Pictures, Images and Photos

Facendo finta di essere disperata corsi verso casa sua urlando come una pazza, " zia Ghita .... zia Ghita, corri... zia Ghitaaaa"


...... uscì di corsa dalla porta chiedendomi spaventatissima che cosa stava succedendo, e io come un piccolo folletto entrai esclamando con gioia...


"fò siner  e  tor  fabrer".


Fu l'unica volta che la mia cara zia Ghita mi mollò un ceffone.....    


domenica 30 novembre 2008

NEVE

Piove, una pioggia insistente e triste.


Guardo la pianta del caco, è senza foglie, solo i suoi frutti pendono spaccati a metà  gocciolanti di questa pioggia.



Penso che in montagna sarà tutta neve,  sorrido, amo moltissimo la neve.


Inverni lunghi, affossati e protetti da un manto bianco, coperta che a noi bambini era amica e compagna di giochi.


Ricordo che l'attesa iniziava già a metà novembre, gli occhi puntati verso  il cielo, speranzosi nelle  nuvole grigie che scorrevano lente sopra le cime.


Si andava a dormire con un  desiderio che era uguale a tutti i bimbi del paese, neve, tanta neve!


Dormivo in una stanzetta senza riscaldamento al secondo piano, a riscaldare la casa solo una stufa in cucina su cui si faceva da mangiare,  la sera si mettevano dei ciocchi di larice per poi ritrovarne le  braci la mattina dopo.


Si andava a dormire con un freddo pazzesco, a scaldare le lenzuola solo il famoso scaldino di rame riempito con le braci, si dormiva sotto trapunte di lana e lo svegliarsi la mattina era sempre un dramma!



Ricordo quei risvegli, la finestra senza scuri, i ghirigori sui vetri, mille disegni fatti dal ghiaccio,  il respiro che sembrava fumo e poi quel silenzio, strano, attutito eppure così forte.


Chi dice che la neve non fa rumore?


é l'assenza di rumore, è quel silenzio che percepisci come grida che ti da la certezza che lei è arrivata! 


Allora ti alzi ignorando il freddo e ti catapulti giù, vuoi vedere quanta neve c'è.


Ogni volta lo stupore era tanto, un paesaggio nuovo, tutto nato in una notte, era un mondo incantato e sarebbe toccato a te viverlo ed adattarlo ai tuoi desideri.


Il paese cadeva in letargo, solo noi bimbi come folletti incuranti del freddo correvamo per le stradine dove la neve veniva spalata per lasciare un passaggio verso la chiesa.


Gli slittini venivano recuperati dai solai, si lucidavano gli acciai per farli filare di più, erano slittini artigianali, stranissimi, fatti con il legno dei larici rossi, due pezzi attaccati un all'altro con una vite.


Il pezzo più lungo era il "corpo" poi quello chiamato "guido" praticamente il timone, e incollati a questi dei lunghi pattini in legno ricoperti di acciaio,


mamma come filavano, e che capitomboli, per fermarsi ci si doveva buttare nella neve fresca.


E le nostre sere erano tutte da inventare, le mamme che come nelle storie lavoravano a maglia ora in una casa ora in un'altra, e noi diavoletti a fare giochi su giochi, salvo poi irrompere in casa solo per scaldare le mani paonazze e lasciare sull'assito del pavimento scie di neve che piano piano si scioglieva.




 

mercoledì 1 ottobre 2008

UN'IDEA...


Da quando ho saputo della vittoria dei si, c'è un'idea che continua a ronzarmi per la testa.


Dovete sapere che domenica e lunedi appena trascorsi in due piccoli paesini bresciani c'è stato un referendum.


Un referendum da non poco conto per gli abitanti di quei luoghi, l'annessione al Trentino!


Dovete sapere che questi due Comuni, Magasa e Valvestino appartenevano al Trentino fino al 1934, quando un decreto reale li spostò sotto la Lombardia.


I due paesini si trovano sulle montagne tra il lago di Garda e il lago d'Idro,


paesi quasi deserti, per l'occasione sono rientrati i tanti migranti, per dare un'opportunità di vita più serena ai loro vecchi, ormai i soli che abitano i due paesi.


Certo, un vivere migliore, essendo il Trentino una regione autonoma, e quindi con molte più possibilità per aiutare i suoi abitanti.


Andare in Trentino è ammirare un paesaggio da favola, perfino i balconi sono da ricordare con quei gerani che sono così belli da sembrare finti.


Tutto è perfetto, pulito e bello, non c'è niente di stonato, sia d'estate che d'inverno, una regione da invidiare.


Ricordo quando andavamo a Ortisei, era tutto un alternarsi di paesaggi uno più bello dell'altro, l'unico neo era che la gente  non parlava l'italiano, ci sembrava di essere all'estero.


E si, lo ammetto certe cose fanno pensare, perchè loro possono stare meglio di noi?


Visto che Saviore ha dei possedimenti in Trentino, perchè non proporre un referendum anche noi?


Veramente un referendum c'è stato, ma quasi di nascosto, perchè volevano vendere "i mucc de laitor" e incassare i soldini senza dire niente alla gente!



Per fortuna non tutti dormono, allertata la popolazione si è riusciti a bloccare il tutto con il referendum, dove ovviamente a vinto il no alla vendita.


Queste proprietà si trovano in Val di Fumo, nel comune di Daone (TN),


e sono di circa mq. 9.586.331, mica poco, vero?


Ci saranno i presupposti  per pensare a un referendum?


Saviore potrebbe diventare Comune Trentino con relativi  benefici?


L'idea non è male vero?   





e ora vi regalo due premi,


uno è la prima volta che ho l'onore di riceverlo,


gentilmente offerto dall'amica Emme,


alla quale va il mio grazie, e ora via alle regole.



 


Un grazie enorme a  http://senzaviadiscampo.splinder.com


 che mi ha assegnato questo Premio graditissimo



Il riconoscimento d'amicizia viene assegnato a profili e blog che si ritengono amici o perlomeno simpatici. Il suo scopo è di dimostrare a chi si dona la propria amicizia e simpatia...



REGOLAMENTO: al ricevimento del riconoscimento, citare il nome di chi vi ha ritenuto suo amica/o mostrando il nome del suo blog o profilo. Scegliere un minimo di 7 profili o blog che sono i tuoi amici o che ritieni siano meritevoli della tua simpatica attenzione.
Mostra il loro nome e avvisali che hanno ricevuto il segno della tua"AMICIZIA".


 


 e ora il secondo premio che mi ha regalato l'amica


http://oreade.splinder.com


4497ec717531731b3261038be7e9d994Brillante weblog è un premio assegnato ai siti e ai blog che risaltano per la loro brillantezza sia per quanto riguarda i temi, che per il design. Lo scopo è quello di promuovere tutti nella blogosfera mondiale. Al ricevimento del premio bisogna:


1. Scrivere un post mostrando il premio e citare il nome di chi ti ha premiato mostrando il link del suo blog;


2.Scegliere un minimo di 7 blog che si ritengono brillanti nei loro temi o nel loro design.


Esibire il loro nome e il loro link ed avvisarli che hanno ottenuto il Premio "Brillante Weblog";


3.(facoltativo)Esibire la foto o il profilo di chi ti ha premiato e di chi viene premiato nel tuo blog






lascio i premi per tutti gli amici che passano a trovarmi.



domenica 31 agosto 2008

SAVIORE, IL PAESE INCANTATO ...

saviore

Saviore, sdraiato sul pendio della montagna,


sonnacchioso come un gregge


annoiato dalle ore lunghe e uguali,


infastidito dal lamento interminabile dei campanacci e indolente.


Saviore, case stanche, sbrecciate dal tempo e dal vento


come le facce degli anziani che lo abitano,


vicoli stretti,  alti e chiusi nella loro timidezza montanara,


incuranti del chiarore che oltre i tetti li affoga


solo gelosi dell’ombra che creano


e degli odori che conservano.


Saviore, portali di frassino e noce... grandi e pesanti


saviore

segnati dalle ferite degli anni,


avvolti negli stipiti di granito


come sciarpe grigie di lana cruda.


portali sempre chiusi a conservare come scrigni


storie secolari di invidie e di amori.


Saviore, catenacci di ogni epoca e misura... difficili da aprire,


incollati come sono dal grasso animale, dalla ruggine e dal tempo


a proteggere con la muffa delle cantine solo il vuoto e il ricordo.



Saviore, le tue fontane,


tante fontane sedute in piazza


o appoggiate ai muri o nascoste in androni o sulla strada,


saviore

solo loro s’intestardiscono a non morire,


e se ascolti il silenzio


le senti ridere e cantare


per nulla ammalate, né stanche,


incuranti del tempo che corrode anche loro.


Saviore, mentre tu come vecchio t’incurvi


e le case poco a poco si svuotano


le tue fontane,


quelle no,


ti ricordan


la vita e il sole


che oggi è più nuovo di ieri.


 


ho trovato questa bella poesia, non so chi l'ha scritta, ma certamente una persona che come me ama questo nostro piccolo paese.


mercoledì 6 agosto 2008

..... RICORDI ...

Ho trovato questa vecchia foto appesa al muro dell'oratorio di Saviore, con tenerezza ho guardato.


 Mi sono guardata, mi sono ritrovata piccola bimba di 3 anni alle prese col primo saggio alla scuola materna.


E prepotente un ricordo mi ha assalito.


Un'ingiustizia che allora mi ha fatto soffrire molto, tanto da lasciare un segno se adesso a distanza di anni ne ho ancora il ricordo.


La recita rappresentava la storia di Cappuccetto Rosso, io ero la nonnina che viveva da sola nel bosco.


Ricordo ancora l'emozione di essere "quasi" la protagonista, e l'impegno che avevo messo per studiare la parte, mi sentivo grande, una rondinella che volava-correndo recitando le famose frasi.


Poi a pochi giorni dal grande evento, la madre superiora mi disse con voce soave che un'altra bambina avrebbe fatto la mia parte.


Non capivo, mi avevono scelto loro, ora perchè non potevo più fare la nonna?


Mi diedero una spiegazione che ancora non capisco, la bimba che mi avrebbe sostituito era un pò malata....


Ma che cosa voleva dire?


Dovevo essere malata per dire le  famose frasi?


No, dovevo solo essere buona e fare il fioretto per Gesù, così Luisa (ricordo anche il nome ) sarebbe stata felice, anche se era malata un pò....


Durante la recita non sono riuscita nemmeno a cantare, sentivo  un dolore forte forte, fissavo la "nonna" seduta sulla poltrona e dentro al cuore le lacrime scorrevano.


Ho imparato presto a nascondere le lacrime, però so quanto male fanno quando rischiano di sommergerti il cuore.....

giovedì 3 luglio 2008

.... VOGLIA DI......

Ho telefonato  a Saviore, sta piovendo.


Sembra impossibile, fa un caldo pazzesco, l'afa non fa respirare, il condizionatore va giorno e notte, e la piove...



La voglia di andare a Saviore è forte,


su si dorme col piumone anche in agosto, sembra strano, ma è la verità.


E poi Alba mi ha confidato che cominciano a "uscire" i funghi!


Con tutta la pioggia che c'è stata  dovrebbe essere un'annata magica per  la raccolta dei funghi.



Amo andare per i miei boschi, entro piano, piano, chiedendo il permesso,


abbraccio i larici rossi che come sentinelle si trovano sempre all'entrata del "mio" bosco preferito, gli abeti mi salutano scuotendo le braccia e lasciandomi cadere addosso come petali gli aghi odorosi di resina, la sensazione di essere a casa è fortissima.


Non importa se non trovo funghi, non è quello lo scopo primario, cammino e sento che rinasco, la mente finalmente tace, le gambe vanno seguendo un tracciato che è impresso nel cuore, dentro me tutto è silenzio e tutto  canta, mi sento bene.


E in questa armonia trovo  i regali che il mio amico bosco mi da,


fragoline, mirtilli,  lamponi e si.... i funghi.


Funghi che metto ne cesto, trofei di cui raccontare quasi fossimo cacciatori di chissà quali specie d'animali, raccontare ma mai svelare il "posto".


Il luogo dove si trovano deve stare segreto, sempre, mentire è lecito,


In montagna le "storie" nascono anche dai funghi!


Ogni cosa va ponderata, raccontata con fantasia, abbellita con frasi e pause giuste, così come fanno i cacciatori o i pescatori.


Peccato che il progresso ha messo lo zampino...



ora col telefonino si fa presto a fare morire la fantasia, basta fare una foto, e non puoi più scappare.... non puoi più dire "pesava 2 chili!!!!"



  

martedì 17 giugno 2008

.... I VECCHI....

Mi piaciono le storie, quelle  tramandate a voce, dove ogni persona che racconta aggiunge un pò di suo.


Vicende lontane, raccontate da vecchi che nessuno più si ferma ad ascoltare, quasi fossero invisibili, già morti.


Fermarsi e "vederli", ascoltare il loro tempo per me ha il sapore di ricordi che affiorano, facendomi tornare bambina,  con  l'aspettativa verso la vita che quelle storie  promettevano.


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Nella mia valle, per quanto i fianchi delle sue montagne fossero  coltivati fin dove possibile, e, nonostante i recenti progressi, non vi era sufficiente  lavoro e pane per tutta la popolazione.


L'unica alternativa era l'emigrazione, così, anno dopo anno famiglie intere presero la via della "bassa".


Al paese vivono poche persone, quasi tutti anziani, ma attaccati come ostriche alle loro abitudini.


Anziani che vivono  racchiusi nel passato, con la  saggezza di chi potrebbe dare ancora tanto, ma con la consapevolezza di essere "di troppo".


Quando vado a Saviore li vedo e li sento.


Per loro sono sempre quella bambina, si riprende il discorso da dove era rimasto.


Non sono più storie fantastiche, sono grande, sogno di meno, ma sono domande, mi chiedono della mia vita, cosa ho realizzato, chi ho amato e chi ho perso lungo la via.


Mi ritrovo a rispondere in dialetto alle loro domande, non sento curiosità,


angeli

solo una richiesta di poter continuare a raccontarsi attraverso la "mia" di vita.


 Per me è poco, sicuramente per loro sarà una discussione che li terrà impegnati a lungo, ricordando la mia famiglia, chi si è sposato e con chi,


chi è morto, e il perchè, io e mio marito... i miei figli...


Mi sembra di vederli, seduti fuori sull'uscio di casa, raccontarsi storie o verità che loro cambieranno a secondo dell'umore o dai ricordi.


Sorrido pensando a quante storie ho sentito, magari la stessa ma sempre diversa.


 Così sono loro, i  "miei"  vecchi, naturalmente non sono più quelli di quando ero bambina, ma nello stesso tempo non sono mai morti.


Posso ancora tornare a sentire le loro storie, magari il finale posso cambiarlo io ora....



sabato 31 maggio 2008

...VERITà O LEGGENDA????

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In paese e fuori la chiamavano tutti "la strega", ma il suo vero nome era Domenica.


Da piccina aveva imparato tutto quello che si poteva imparare sulle erbe e radici che crescevano per tutta la vallata.


Come insegnanti le vecchie custodi,  da sempre depositarie di antichi rimedi,  contornati di misteri e amalgamati con paure che si perdevano nelle leggende tramandate di bocca in bocca attraverso gli anni. 


La vita con lei non era stata generosa, sempre sola, viveva di quel poco che riusciva a trovare, d'estate raccoglieva funghi e legna, d'inverno si arrangiava con la canocchia della sua povera mamma, filava la lana per pochi soldi.


Tutti se potevano la evitavano, salvo chiamarla quando stavano male.


Certo, la mamma che si presentò alla sua porta quella sera, di norma   voltava la testa al suo passaggio, ma ora non poteva ignorare il suo potere, anche se con paura, bussò alla  porta.


 "Menica, bisogna proprio farmi guarire il mio bambino"


disse con fare implorante la povera mamma, mentre dondolava con le braccia il suo piccolo, che continuava a piangere disperatamente.


La vecchia sdentata, ritta dinanzi al fuoco, stette impassibile e muta, non guardò nemmeno la donna che era entrata nel suo tugurio.


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" Che vi ho fatto Menica di non rispondermi? Vi ho dato le patate, vi ho dato il lardo e il salame, se mi guarite il bimbo vi darò ancora qualche cosa".


La vecchia alzò il capo finalmente, e con una faccia di mistero e di paura disse:"il vostro Giacomo, Dora, mi ha detto "strega", e io quella parola non la voglio.


La Dora comprese allora: il suo bambino s'era ammalato perchè quello scavezzacollo di Giacomo, il primogenito, un maschietto dai dodici ai tredici anni, nel tornare dalla scuola s'era unito alla frotta di monelli che gridavano dietro alla Menica: "Strega! Strega!".


Intanto però la "strega" s'era rabbonita, aveva preso una scodella con dell'acqua pura, vi aveva messo del refe in forma di croce e biascicava non so quali preghiere sibilline.


Anche il bambino si quetava, e quando gli scongiuri furono finiti, Dora trasse di sotto al grembiule un cartoccio e lo diede a Menica, Menica lo prese senza dir parola, e l'altra se ne andò.


angeli

Così da tanti anni ella esercitava il suo mestiere superstizioso, che le faceva guadagnare un pò di pane....   

lunedì 5 maggio 2008

LA LEGGENDA DI ARNO, DI ADAMé

 Ancora sulle montagne della Val Saviore si notano delle tradizioni e leggende singolari. I mandriani che abitavano d'estate sull'alpe d'Arno dicono che sentono di tanto in tanto,  (notte-tempo si capisce) il rumore di due zoccoletti, che si avvicinano; ma quando aprono la porta, per andar incontro agli zoccolanti, tace ogni rumore e non si scorge anima viva.   Così nella malga di Adamè, proprietà dei vicini di Grevo, ma territorio comunale di Saviore, a mezzanotte in punto entra per la porta una vecchia signora (colei che lasciò l'eredità ai Gravesi), fa girare la caldaia sul perno e poi si ritira. Nessuno ha mai osato interrogarla. "La donna del giuoco" è chiamata una strega fantastica che abita in un "bait"  tra Cevo e Saviore.  Ci si sentirebbero canti, urli, suoni, come durante una giostra, e chi osasse avvicinarsi vedrebbe un lume in basso, quando si trova in alto, in alto quando si trova in basso. Un'altra leggenda parla del "doss de l'Androla".  La Cappella dell'Androla è senza dubbio il migliore belvedere di tutta la Valle Camonica, tanto che vi è


saviore


stata "piantata" l'enorme croce di legno col Cristo rivolto verso il basso fatta  dall'artista romano Enrico Job (morto di recente), per la visita che il santo Padre Paolo II  fece a Brescia.  Esaurite le  cave di rame, chiamate "ramine" rimasero le gallerie, profonde e paurose . Ebbene, quel popolo che immaginò un serpente dall'anello d'oro, a cui nessuno osò mai avvicinarsi, perchè annietava con lo sguardo, popolò anche quelle gallerie di streghe. Queste fantastiche creature paurose, durante l'infuriare dei temporali, uscivano dai loro domini sotterranei e ballavano sotto le intemperie, sui prati dell'Androla, le più strane ridde infernali!!!!!  



cauldronfire

lunedì 24 marzo 2008

.... il silenzioso lago di BOS

lassù, nel candore eterno delle nevi, dove mille tenui zampilli d'acqua sussurrano un canto perenne di tutta la gemma musicale, lassù dove torreggiano minacciosi e orribili i picchi e si spalancano spaventosi abissi che l'erosione secolare ha scavato, un laghetto alpino, come una perla piovuta dal cielo, increspato dalla brezza, guarda sempre l'azzurro. Intorno, in un bel labirinto di sfingi e di giganti fermi, di guglie diritte, l'aquila sola ha il dominio, soltanto lei, la regina degli spazi, gira lassù le sue larghe ali e si libra a vertiginose altezze!!!!!!!




martedì 18 marzo 2008

..... STORIE ....

fataVi è alquno di noi, nati in Valle camonica, cresciuti in un paesello aprico sperduto fra le boscaglie o nascosto in una forra di montagna, che non abbia sentito aleggiare sulla  propria culla, o negli anni primi de vita, il fantasms pauroso d'una leggenda rievocato tra i fiochi bagliori di un lume a olio? Nelle lunghe serate d'inverno la famiglia patriarcale si raccoglieva a veglia nella grande stalla ; dove, mentre le donne dalle mitologiche canocchie filavano, e gli uomini giocavano il tresette sopra un tavolo ( che aveva sentito i pugni di parecchie generazioni ) , e i giovanotti si provavano la canzone per la serenata. Noi , poveri piccini infagottati e minacciosi, ci radunavamo intorno alla nonna, perchè ci raccontasse le storie paurose!  < Nonna, ce ne dite una bella , lunga , lunga? >  < Non ne so più, di lunghe.> <E allora raccontacene un'altra>.  E dopo aver respinto varie proposte : quella dei bambini cattivi: quella dell'asino sotto il letto, ( che avevamo udito tante volte), finalmente ci si acquietava dinanzi a un nome nuovo. Allora la nonna raccogliendo su le spalle scarne un fazzolettone nero sbiadito, col gesto dei preti che incominciano la predica, guardando verso il lume a olio, che oscillava in mezzo all'adunanza, come trarne una ispirazione, raggrinzando le gote non più giovani, incominciava: <C'era una volta!> E questa macabra leggenda di morte ce la raccontò la povera nonna una sera di novembre quando eravamo tutti piccolini !  <C'era una volta un mandriano che stava tutto l'anno in una cascina sui monti : e discendeva in paese appena un mese all'anno. Era uno di quegli uomini cattivi, che non si ricordavano mai dei poveri morti, e che non hanno paura neanche del diavolo (a queste .... antifone noi s'incominciava a tremar verga a verga, e, stringendoci vicini, guardavamo verso il fondo oscuro della stalla, se mai qualche spettro ne uscisse ...) A quell'uomo cattivo un giorno si sbandarono le vacche e, per cercarle, passò di sera, al chiaror della luna, in parte a un laghetto, e vide, sulla riva, una testa di morto: lui la guardò, e con una pedata la buttò nel lago. La sera dopo passò ancor di lì, per andar a cercare le giovenche sbandate, e , toh ! La testa di morto c'era ancora, nel medesimo sito, e dalle occhiaie profonde lo guardava come per supplicarlo. L'uomo cattivo non ci badò: col suo scarpone spinse la testa, che andò ancora a tuffarsi nel lago, ma questa volta, ragazzi, con un lamento che avrebbe fatto agghiacciare il sangue addosso! Il mandriano venne via come se fosse stato nulla. Ma la terza sera, quando, ripassando di lì ancora in cerca delle giovenche che da tre giorni gli fuggivano nella macchia folta, trovò ancora alla riva la testa di morto, allora capì che si trattava di un'anima confinata e le promise che le avrebbe fatto fare una cappelletta su al passo per dove sarebbero passati i gendarmi, i contrabbandieri, i boscaioli, e i mandriani, che gli avrebbero recitato un Requiem. Difatti, concludeva la nonna, se andrete al Capo di Morto vedrete una rustica cappellina. <Nonna > le chiesi stupito <cosa sono le anime confinate? > < Dovete sapere che quando uno fa peccati in un luogo, dopo, quando muore, deve venir lì a far la penitenza. Domani sera vi dirò la storia di Pippo Nuvole che, nella valle di Campolungo, vide centinaia di morti, che spaccavano legna durante un temporale >.    


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lunedì 17 marzo 2008

I RITI DI PRIMAVERA ....

Maridà le püte è una tradizione che esisteva a Saviore e di cui l'origine si perde nel tempo; aveva luogo, fino a pochi anni fa, la sera del Venerdì Santo. Due gruppi di giovani, uno alle Dase, in cima al paese, verso Fabrezza, ed uno al Dos Merlì,dietro la chiesa, accendevano due grandi fuochi, che potevano essere visti reciprocamente. Partivano allora i cori, e l'eco rimbombava per tutto il paese. I ritornelli erano sempre preceduti dal suono potente di un corno di bue,  le frasi, studiate a lungo nelle lunghe sere invernali. Corteggiare le ragazze per capire i loro desideri, per tramutarli in atroci beffe  nella notte piena di fuoco e urla .....


Il primo gruppo partiva con : l'è primaera el'gè gia gnarela bela bela


il secondo gruppo rispondeva: chela chela


sempre il primo: la mari de prusciii


il secondo :gliela dom a chiiiii


il primo:a rapat


il secondo:par faga fa chiii


il primo:par natà al camiììì


Traduzione: è primavera e c'è una ragazza bella bella


chi è, chi è


Maria di casa "pruscii"


a chi la maritiamo???


a "Rapat"


per fare cosa?


per pulire il camino!


Questa tradizione era lo spaurracchio per le ragazze del paese, se poi rimanevano zittelle era un dramma, ogni anno al loro "curriculum" veniva aggiunto di tutto e di più.






fata


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giovedì 13 marzo 2008

...LA STREGA TAANì

fataVerso la fine degl’anni 50 a Saviore perdurava una strana abitudine, quella di riunirsi la sera nelle stalle.  Ricordo quei luoghi rischiarati debolmente dalla  lampadina appesa al soffitto a volta,  una luce fioca, senza protezione e sotto la quale c’erano le donne che sferruzzavano gli “scalfarì” oppure le “scarpòte”. Gli uomini sedevano su sgabelli ricavati da pezzi di larice che poggiavano al suolo su una gamba sola, parlavano tra loro mentre le mani, veloci, costruivano gerle per il fieno che si sarebbero usate nelle prossime estati. Noi bambini giocavamo, giochi che ora non esistono più, giochi strani ma a noi “normali” come il buttarsi giù dall’apertura da dove si prelevava il fieno da dare alle mucche, oppure giocare a nascondino. Naturalmente ci si nascondeva nel fieno, lungo le pareti più scure e trasudanti umidità della stalla stessa, ma il nascondiglio più ambito erano le mangiatoie. Se ci penso ho ancora la sensazione di sentirmi addosso il respiro pigro della “Colomba”,  la mucca più buona e docile della stalla che io conoscevo bene e per questo mi fidavo. In questo ambiente così pieno di odori e umori contornato da ombre sempre in movimento, c’era una figura che per anni ha vissuto nei miei sogni, la “Taanì”. Descriverla è difficile, era una donnina piccola, tutta sbilenca, vestiva con tante gonne (almeno a me sembrava così), gonne lunghe fino a terra e portava uno scialle incrociato sul petto, in testa un altro scialle nero dal quale scappavano ciuffi di capelli bianchi intrecciati e tenuti malamente fermi da forcine d’osso nero. Lei passava le sue serate a filare la lana. Filava e raccontava le “storie”. Storie che per noi bimbi, erano fonte di  paura. La ricordo seduta sulla panca, piccola tutta vestita di nero, con in grembo una bracciata di soffice lana,  mentre le mani veloci imprimevano vita al fuso dal quale scendeva il filo che a turno, noi bambini dovevamo tenere sulle braccia. Filava e raccontava, erano sempre favole violente, fatti dove la morte era regina e il male trionfava, parlava di streghe e demoni di maledizioni malattie e di sparizioni senza più ritorni. Inutile dirlo, ero terrorizzata da questa vecchietta, tutti ne avevamo paura, poi una sera la certezza, si era una strega !!! Quante volte ci aveva raccontato la storia delle belle fanciulle che ballavano senza mai stancarsi ma che nascondevano piedi caprini??? Tantissime,quello era il “segno”delle streghe. Noi bambini superata la paura decidemmo di vedere se il nostro dubbio fosse verità. Una sera mentre nevicava tantissimo decidemmo di seguirla di nascosto, lei si avviò zoppicando piano piano, ma a un certo punto la vedemmo togliersi gli zoccoli e la sua andatura cambiò, divenne più veloce, continuammo a seguirla poi mentre lo sguardo andava alle sue impronte la paura ci fermò e il panico ci invase, nella neve c’era chiaramente un’impronta caprina affiancata a una umana!! La “TAANI”era una strega. Ci sono voluti anni per rimuovere quell’avventura, per capire e lasciare spazio alla logica, povera “Taanì” nata sfortunata, nata con un piede equino. Un piede che stretto in uno zoccolo fa molto male, meglio toglierlo, un piede che libero lascia un’impronta da “strega”. 



  

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mercoledì 12 marzo 2008

... LA BIMBA E L'ORSO ....

A Valle, poco lontano dal cimitero, sulla vecchia strada che porta a Ponte, d'inverno succede una cosa assai strana . Quando nevica per un metro e mezzo circa, la strada  rimane asciutta, la neve non "attacca". Ho potuto verificare il fenomeno di persona, durante una nevicata. Anche don Andrea Morandini e G. Maria Bonomelli riportano la medesima osservazione. C’è anche una lapide della fine del Settecento che ricorda la morte di una persona, GMC, nel 1795, conservata dopo il ripristino della strada. Certamente esiste una spiegazione scientifica del fenomeno, anche se quella data dalla cultura popolare è più affascinante. Nelle vicinanze di questo luogo c’era la  "Cø del Gob" (casa del gobbo) rimasto vedovo con la figlia; in una fredda sera invernale, un orso affamato riuscì ad entrare nella casa. La bimba, atterrita, fuggì, ma l’orso la raggiunse e la sbranò. Il sangue caldo bagnò la terra, che da allora rifiuta la neve, in ricordo della piccola montanara. Attenzione a non aggirarvi per i boschi della Valsaviore, soprattutto di notte, poiché recentemente è stato avvistato un esemplare di orso bruno in Val Salarno.

...I RITI PER IL DIO SOLE ...

Il tema del sole è presente già dell’inizio della sua storia per il popolo camuno. Il nome etrusco è «catha» e ricorre a Saviore nella località Catacapra o Cazacapra, in cui accanto alla parola riferita al sole «cata» vi è capra, un termine che non niente a che fare con i caprini, ma piuttosto con il nome etrusco «capra», recipiente, urna funeraria sarcofago. Il nome ha un alto significato in quanto s’inserisce nel nome dell’Adamello e nella considerazione che gli antichi camuni avevano della Valsaviore costituita come unità. Accanto al culto del sole, un animale, portato proprio dai primi artigiani, è il cavallo, chiamato come «dam». Da un punto di vista della considerazione degli artigiani, che, comunque, avevano osservato la Valle dell’alto, il ghiacciaio del Pian di Neve si poteva vedere come un cavallo con la testa, corrispondente all’Adamello e la coda con il Carè alto. L’Adamello è quindi il cavalluccio, detto in modo affettuoso. Ma la considerazione degli artigiani contemplava anche l’altra parte delle montagne, in particolare il Re di Castello che aveva una struttura simile, considerata dal Passo di Campo. In questo caso le due catene potevano essere viste come i due o più cavalli che tiravano la biga del sole che spuntava, nelle diverse età dell’anno, proprio ad oriente della Valsaviore. Il racconto della biga del sole era collegato nella mitologia greca alla storia di Fetonte che, guidando il carro del padre, era caduto bruciato sulla terra. In questo racconto si può scorgere le paure caratteristiche del fonditore che teme di non riuscire a dominare il fuoco che egli stesso ha acceso. In questo senso Cathacapra era il sepolcro del sole che era precipitato col suo carro sulla terra. Non è possibile se il luogo fosse meta di cerimonie religiose.

lunedì 10 marzo 2008

Le

 

La fonte più ricca sulla caccia alle streghe in Valle Camonica sono i Diarii del veneziano Marin Senudo, che riporta vicende accadute tra il 1496 ed il 1536. Alla fine del XV secolo si parla dell’esistenza di una setta diabolica ad Edolo, dove nel 1510 fu innalzato uno dei primi roghi di streghe, accusate di aver arrecato siccità con i loro incantamenti. In Valle, nel solo mese di luglio del 1518, furono arsi vivi sessanta donne e venti uomini, i beni incamerati nei benefici ecclesiastici. Ancora nel 1690, una donna, accusata di stregoneria, muore in prigione a Breno. Di questo mondo rimase traccia nelle antiche leggende.


Tra Cevo e Saviore, al Bàit dei Sànch (Fienile dei Santi), di notte si sente la Dòna del zöck, la Signora del gioco, residuo di antiche divinità pagane, forse una volgarizzazione di Erodiade o Diana; tale entità è citata nel Canon Episcopi, apportatrice di danni e paure. Secondo la leggenda saviorese, in questo fienile ridde di demoni d’ogni sorta intessevano danze sabbatiche: talvolta i giovani del paese venivano invitati a festeggiare da avvenenti creature, che rivelavano poi la loro natura, mostrando ripugnanti piedi di capra. Chi osasse avvicinarsi vedrebbe “un lume in basso quando si trova in alto, in alto quando si trova in basso”. Quando la Dòna del zöck giungeva nei pressi di baite isolate, faceva impazzire gli animali, graffiava porte e finestre, lasciava i prati ricoperti d’escrementi; si potevano vedere i segni della stregoneria sugli animali (come i crini intrecciati dei cavalli) che di lì a poco sarebbero morti. Sopra Cargiöla, a Saviore, c’è un fienile che riporta diverse date del 1700, iniziali e numerosissime croci, intagliate nel portone di legno, con l’intento apotropaico di far divergere il male da quel luogo.


A Cevo si parla delle Strìe de l’Andròla, che avrebbero dimorato nelle antiche miniere di rame lì presenti, il cui accesso era custodito da un serpente che sulla coda recava un anello d’oro; celebravano il sabba infernale durante i temporali. E’ probabile che anche le streghe valsavioresi, viaggiando a bordo di capre, gatti e quant’altro, si unissero ai “barilotti” che avevano luogo al Tonale, deputato al ritrovo dei demoni di Valle Camonica, Valtellina e Val Seriana, anticamente dedicato al culto della divinità pagana Tonante Pennino. Sopra una roccia chiamata Preda del Gal furono apposte dodici croci ed una figura circolare: in tutta la Valle Camonica si riscontrano croci di cristianizzazione, realizzate con l’intento di risacralizzare luoghi precedentemente dedicati al culto di divinità preesistenti.


Con l’epiteto Caterina de Bèrs si indicava una persona che aveva le visioni per la fame, perché questa donna sosteneva di essersi cibata, per dodici anni, della sola ostia consacra. Venerata come santa dai compaesani, Caterina, della famiglia Rossi di Poschiavo, ogni giorno vede demoni che la distolgono dalle sue orazioni; comunica direttamente con Gesù Bambino, la Madonna e San Francesco; dopo la comunione entra in estasi. Il Vescovo di Brescia esamina il caso ma non gli attribuisce rilevanza; il parroco allora le vieta la comunione. Fu condannata a 10 anni di prigione nel 1642, per affettata santità,: le accuse riguardano atti di insofferenza verso le autorità e violazioni alle regole della Chiesa. Un testimone la accusò di appartenere ad una società di streghe ed il tribunale inquisitorio notò che aveva segnati sulle spalle i caratteri J,V,K,M, spariti però il giorno dopo. Anche il frate cappuccino Fulgenzio da Cevo aveva le visioni come Caterina, tanto che ogni mattina era destato dalla Vergine degli Angeli, la quale ebbe il merito di salvarlo da una caduta dall’alto di una chiesa. Nonostante le corrispondenze soprannaturali, non seguì lo stesso destino di Caterina.

VERITà E LEGGENDE

LA CHIESA EDIFICATA SULLE MURA DI UN ANTICO CASTELLOLa Valle Camonica, santuario della preistoria, con centinaia di migliaia di incisioni rupestri, aveva già una solida tradizione spirituale quando gli evangelizzatori giunsero tra le sue montagne, che custodivano da millenni un Pantheon di divinità legate all’adorazione del sole, alla caccia, al culto dell'acqua; aveva fatto proprio il dio celtico Cernunnos, dalla testa di cervo, mirabile incisione del Parco delle Naquane a Capo di Ponte, ed anche le divinità romane erano state sovrapposte a quelle locali.


Toponimi inerenti i Pagani sono frequenti in tutto l’arco alpino ed indicano spesso siti cultuali pre-cristiani; a Saviore le Rumine, all'uscita dal paese verso Fabrezza, erano anticamente chiamate Dosso dei Pagani, forse anche per la presenza di un'iscrizione incisa sulla roccia in caratteri sconosciuti; la chiesa dei Ss Nazario e Celso ad Andrista sarebbe sorta sui resti di un antico tempio. La santella del Güsgiöl dele Crìstule, a Cevo, è stata eretta vicino ad una lastra di granito detta Tomba del diàol, tomba del diavolo e nei pressi esistono incisioni rupestri. Le Tambe dei Pagà, sul crinale del monte che separa Ponte e Valle, furono probabilmente il rifugio degli ultimi uomini della Valsaviore che rifiutarono la conversione al cattolicesimo. La loro struttura si snoda in un meandro di cunicoli sotterranei, ancora in buono stato; erano miniere di rame preistoriche. Tamba significa luogo nascosto. Nel 1812 Cristoforo Boldini parla del “Castello di Romini sopra Saviore detto il Dos dei Pagani si chiama anco indistintamente Castegnocolo”, che presentava, ancora nell’ ‘800, avanzi visibili delle mura, "a varia discreta altezza”; accanto vi era una fontana, detta Pozzo delle Zane (corruzione di Puteum Dianae), sulla quale era presente un’iscrizione in antichi caratteri ignoti.


A Saviore, la tradizione celtica di accendere fuochi nella notte del solstizio d’estate è stata mantenuta fino a pochi anni fa. Per la festa patronale, il 24 giugno, si facevano ardere lumicini, preparati con resina d’abete, posti su tutto il muro che circonda la chiesa. Una leggenda parla poi di fiammelle vaganti prima dei temporali. Tale usanza è testimoniata in Irlanda, Russia, Svezia, Norvegia, Spagna, Grecia, Germania; è celebrata ancora oggi nei dintorni di Hallstatt (il più antico sito celtico), in Austria. I fuochi di San Giovanni proteggono i raccolti dai demoni ed il calore rende fertile la terra. Un’ampia trattazione dell’argomento è contenuta nel Ramo d’oro di James Frazer. Il Venerdì Santo, durante l’usanza del Maridà le püte, si accendevano grandi falò e si intonavano cori epitalamici. Del resto, persino la Chiesa eccezionalmente celebra la nascita di un santo e non la sua morte, sovrapponendola ai riti pagani. La parrocchia di Saviore per l’occasione donava pane bianco, ciliegie, pere e carrube anche agli abitanti dei paesi vicini.


Anche le Rogazioni, una delle festività cattoliche più sentite nel mondo rurale, conservano un legame con i culti di fertilità della terra, retaggio di un politeismo cristiano, di origini ancestrali. Ai neonati si faceva sempre il segno di croce prima di portarli fuori, affinché non fossero stregati; per la medesima ragione, le donne non uscivano mai di casa con il capo scoperto. I Santi cattolici furono sovrapposti a divinità pagane, come San Vito, invocato dai Longobardi contro le vipere, cui sono dedicate santelle nei viali di campagna (ce n'è una sulla strada per Brata, tra Ponte e Saviore). 


 


 


 


 


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martedì 12 febbraio 2008

..le erbe

PICT0080...... Ieri sera ho partecipato a una interessante riunione in cui si parlava di erbe e  piante curative che si trovano in montagna , in una zona particolare racchiusa tra montagne nell'alta Valcamonica.


é interessante sapere che la Valcamonica è inserita come primo titolo d'Italia nella lista del Patrimonio Culturale Mondiale dell'Unesco il perchè presumo che tutti lo sappiano, ma oltre alle sue incisioni ci sono altre bellissime cose da sapere e  sopratutto da vedere. Su in alto a 1210 metri c'è un piccolo paese, Saviore dell'Adamello, ed è proprio di questa località che si parlava ieri sera.


Saviore nell'antichità non aveva molti contatti con gli abitanti della pianura e nei lunghi inverni era completamente isolato.


Forse proprio per questo ci sono diverse erbe e piante che a quanto pare vivono solo lì e che naturalmente


gli abitanti conoscevano e usavano.


   Le donne erano esperte in medicamenti a base di erbe e a loro era dato il gravoso compito di curare


e di reperire le piante per la soppravvivenza del paese.


Non vi ho ancora detto che io sono nata a Saviore, che mi sento " DI" Saviore.


Se mi fermo un attimo i ricordi si affollano; vedo chiaramente le nonnine "streghe" che


nei prati o  lungo i viottoli mi chiamavano,   io sbuffavo non capivo il loro continuo dire e ridire i nomi sempre in dialetto delle erbe il loro continuare a insegnare il come fare o il non fare.


Ero una bambina e amavo il grande mondo della natura di cui facevo parte, loro questo lo sentivano


e cercavano di darmi la chiave che mi permettesse di capirne anche i segreti.


Ma amare  non basta, ho lasciato il piccolo paese, non ho dimenticato nulla, a volte mi sento  incompleta e ieri sera una strana malinconia è pesata sul cuore, rivedevo le sciamane e pensavo al profumo  dei fiori misto a quello del sole , sentivo il loro borbottare,il loro pregare,mentre ringraziavano delle presenze,


che solo loro vedevano per il dono che veniva fatto per tutti noi.PICT0645


Se volete cercate " GLI AMICI DELLA NATURA SAVIORE DELL'ADAMELLO" parlano anche di celti e montagne sacre , poi fatemi sapere .ciao a tutti